Egoismo o amor proprio?

Nel presente articolo cercheremo di mettere a fuoco le differenze tra due atteggiamenti che spesso, erroneamente, possono essere confusi: l’egoismo e l’amor proprio.

L’egoismo viene definito come l’atteggiamento di chi si preoccupa soltanto del proprio bene e del proprio interesse, senza nessuna cura dei problemi, delle esigenze e dei diritti altrui (Hoepli 2018).

Per amor proprio invece possiamo intendere tutti quei comportamenti rivolti ad una sana cura e rispetto di sé; si tratta di un costrutto che si correla a quello di autostima.

Queste prime definizioni ci permettono di comprendere come alla base di tali atteggiamenti vi siano delle intenzioni completamente differenti.

Nella mia pratica clinica, per fare un esempio, incontro piuttosto frequentemente delle persone che faticano a riconoscersi il diritto di dire dei no poiché temono di essere considerate egoiste.

Proviamo a immaginare la seguente situazione: chiediamo ad un amico se sabato prossimo potrà accompagnarci all’aeroporto; costui ci risponde che per quella data ha preso un impegno da tempo e pertanto non sarà disponibile. Vi sentireste di giudicare negativamente la risposta dell’amico oppure sareste in grado di comprendere le sue ragioni? Se si tratta di un rapporto sano, credo che la maggiore parte di voi riconoscerebbe tranquillamente il diritto dell’amico di non rinunciare al suo programma per soddisfare la nostra richiesta.

Alcuni soggetti provano un forte disagio quando temono che potrebbero contravvenire a delle aspettative esterne (il più delle volte si tratta di una credenza disfunzionale che non trova riscontro nella realtà) e questo li porta a non ascoltare i propri bisogni. Nel lungo periodo questo atteggiamento causa un malessere sempre più profondo che può favorire la comparsa di patologie psico-somatiche.

Ora è utile fare un’ulteriore considerazione: quando perdiamo di vista noi stessi, i nostri bisogni, i nostri desideri e di conseguenza il nostro benessere, come possiamo pensare di esserci per gli altri?

In realtà l’amore proprio è quell’atteggiamento che, al contrario dell’egoismo, favorisce delle relazioni sane, equilibrate ed arricchenti. Se sto bene con me stesso posso fare stare bene anche gli altri.

Dr.ssa Chiara Frassoni

Leggi anche: “Pensieri e stati d’animo

Torna agli Articoli

Vacanze… Che stress!

Ti è mai capitato di agognare tanto una vacanza come se si trattasse di un’oasi nel deserto, per poi sperimentare un senso di delusione una volta raggiunta la meta tanto ambita?

In caso affermativo ti suggerisco la lettura di questo articolo in cui approfondisco alcune delle ragioni che favoriscono tali vissuti.

Innanzitutto ti invito a fare un breve esperimento: prendi un foglio di carta e scrivi le prime cinque parole, che ti vengono in mente, che associ all’idea di vacanza. (Non procedere nella lettura dell’articolo fino a che non le avrai individuate).

Molto probabilmente avrai scelto delle parole in linea ad un concetto di vacanza idealizzata.

Ti invito ora a fare un’altra riflessione. Cerca di ricordare uno spot che promuova un viaggio, una crociera o una vacanza e rispondi alle seguenti domande:

  • Quali sono le qualità dei soggetti ripresi?
  • Quali emozioni esprimono?
  • Quali sono le caratteristiche dei luoghi?
  • Che tipo di clima si respira?

 

Come avrai capito, le immagini che ci vengono propinate contribuiscono, in modo più o meno consapevole, ad alimentare una concezione idealizzata di vacanza.

Il rischio è che passi la credenza che in vacanza si “debba” esibire un fisico statuario (quanto i media ci torturano con la “prova costume”?) indossando abiti da grido, gioendo come non mai, vivendo le più disparate esperienze adrenaliniche, ma allo stesso tempo riposandosi, il tutto ovviamente in luoghi da favola caratterizzati da climi miti.

È inutile dire che più alte sono le aspettative più facilmente saranno disilluse.

Dei tratti perfezionistici possono portarti a pianificare tutto al meglio e senza trascurare il minimo dettaglio. In tal caso qualsiasi imprevisto sarà fonte di stress, rabbia e frustrazione alimentati da alcune distorsioni cognitive come per esempio la svalutazione del positivo, il pensiero dicotomico oppure il pensiero catastrofico.

Un ulteriore ostacolo è rappresentato dal porre nelle vacanze delle aspettative miracolistiche illudendosi che possano azzerare la stanchezza e le tensioni accumulati in un anno di intenso di lavoro, di impegni e di ritmi frenetici. Una tendenza all’ipercriticismo, infatti, può portarti a credere che si debba fare sempre il possibile per soddisfare gli standard interiorizzati di comportamento molto elevati con l’esito di sentirsi costantemente sotto pressione faticando a rallentare il ritmo.

Starai intuendo che per potere apprezzare al meglio le vacanze è utile non arrivarci “scoppiati”.

Ciascuno ha delle specifiche esigenze e non tutti i climi sono adatti a noi. Mi capita sovente di sentire delle persone lamentarsi del caldo e soffrire per esso; le stesse scelgono come meta per il proprio soggiorno località marittime nei mesi più caldi motivate dalla ragione che “così fanno tutti”.

Ascoltare te stesso e riconoscere i tuoi bisogni ti permetterà di scegliere il luogo e il periodo più consono alle tue specifiche necessità.

 

Dr.ssa Chiara Frassoni

Leggi anche: “Pensieri e stati d’animo

Torna agli Articoli

Depressione: riconoscerla per affrontarla

La depressione é un disturbo dell’umore e rappresenta una delle principali cause di cattive condizioni di salute e di disabilità nel mondo.

Qualsiasi individuo, sollecitato da un evento negativo che comporti una perdita oppure un cambiamento di vita significativo, tenderà a sperimentare un vissuto di tristezza e malinconia; queste sensazioni tendono a diminuire gradualmente e portano verso l’accettazione della nuova condizione e a un disinvestimento emotivo.

Il disturbo depressivo, se non trattato, si insinua giorno dopo giorno e interferisce con il normale svolgimento delle attività quotidiane causando un marcato dolore sia alla persona colpita sia a chi vive a stretto contatto con lui.

Il soggetto che soffre di depressione si sente paralizzato, avverte la sensazione di non avere le forze fisiche, emotive e mentali per affrontare talvolta anche le più piccole mansioni quotidiane. Può inoltre causare perdita di energia e di appetito, cambiamenti del ritmo sonno-veglia e si accompagna spesso ad ansia, irritabilità, minore concentrazione, difficoltà nel prendere le decisioni, senso di colpa e pensieri autolesionistici.

I pensieri che accomunano i soggetti che soffrono di depressione sono spesso caratterizzati dalla credenza di essere deboli di carattere e di meritarsi questa condizione come se essa rappresentasse una sorta di punizione inflitta per delle colpe personali.

La depressione non ha nulla a che vedere con tutto ciò: si tratta infatti di un disturbo psicologico, molto frequente, che causa un forte livello di sofferenza e disabilità nella popolazione.
È un problema di cui non ci si deve vergognare e che non dipende minimamente dalla forza di volontà.

Riconoscere i sintomi della depressione rappresenta il primo passo per rivolgersi ad un professionista e iniziare un trattamento indicato.

Le linee guida dell’APA (American Psychiatric Association), stilate sulla base di rigorose revisioni della letteratura scientifica, indicano che la psicoterapia cognitivo-comportamentale ha la stessa efficacia degli psicofarmaci nel trattamento della maggior parte delle forme di depressione ed inoltre è più efficace di questi ultimi nella prevenzione delle ricadute: la psicoterapia continua ad essere efficace anche a seguito della sua conclusione, al contrario della sospensione degli psicofarmaci.

In alcune situazioni si considera opportuno associare alla psicoterapia una terapia farmacologica.

Un fondamentale obiettivo terapeutico consiste nel portare il paziente ad acquisire una maggiore consapevolezza circa l’eziopatogenesi dei propri disturbi, riconoscendo i fattori predisponenti, i fattori precipitanti e i fattori che concorrono al mantenimento delle problematiche.

La psicoterapia è così finalizzata a incrementare le capacità di riflessione e potenziare le risorse del soggetto che apprende gradualmente delle strategie di auto-aiuto che permettono di mantenere stabili i risultati ottenuti.

Dr.ssa Chiara Frassoni

Torna agli Articoli

 

Pensieri e stati d’animo

Nel 120 d. C. Epitteto asserì che “più che dagli eventi l’uomo è turbato dalla sua opinione degli eventi”. Il filosofo sosteneva che “non è terribile la morte, ma l’etichetta di terribilità che le diamo. Problemi, turbamenti,  angosce e stati d’animo sono nei nostri pensieri”.

L’affermazione sopra riportata è ancora attualissima considerando che i problemi emotivi che ci affliggono dipendono in gran parte dalle nostre strutture e costruzioni cognitive. La ricerca in psicologia ha dimostrato, infatti, che l’analisi e la modificazione dei pensieri e comportamenti disfunzionali sono tra i metodi più efficaci per migliorare la qualità di vita.

La mente umana non è un ricettacolo passivo di sensazioni e influenze ambientali e biologiche, piuttosto gli individui sono attivamente coinvolti nella costruzione della loro realtà. (Clark, 1995).

Il pensare e l’immaginare sono attività costanti e i pensieri automatici che si formano in continuazione nella nostra mente ci permettono di attribuire sempre un significato a ciò che ci succede.

Per rendere più chiaro tale costrutto immaginiamo la seguente situazione esemplificativa: Michele è uno studente universitario iscritto alla facoltà di medicina e due settimane fa non ha superato l’esame di anatomia. Michele si sente tremendamente triste, scoraggiato e privo di energie. Continua a ripetersi di avere perso un sacco di tempo inutilmente, di essere un fallito e si considera inadeguato confrontandosi con i suoi compagni di corso che gli sembrano tutti più brillanti di lui; si sente bloccato non trovando la giusta motivazione per sostenere nuovamente l’esame perché teme di potere fallire una seconda volta. Arriva a pensare che non sarà mai un bravo medico.

Anche Andrea non ha superato lo stesso esame, ma la sua reazione è piuttosto differente rispetto a quella del compagno di corso. A seguito di uno sconforto iniziale (certo, a nessuno fa piacere non superare una prova importante) Andrea pensa che gli sforzi fatti per la preparazione dell’esame non siano vani e crede che continuare a impegnarsi nello studio gli permetterà di ottenere un esito positivo alla sessione successiva.

Tale esempio ci permette di capire come la stessa situazione possa evocare dei vissuti soggettivi molto differenti.

Questo, ovviamente non vuol dire che i problemi emotivi esistono solo nelle menti delle persone, ma che l’impatto di circostanze avverse tende ad essere aggravato da pensieri e convinzioni poco utili all’individuo poiché interferiscono con la capacità di affrontare le difficoltà nel modo più costruttivo possibile.

Michele, senza esserne consapevole, sta alimentando diverse distorsioni cognitive, quali la catastrofizzazione, la doverizzazione e il pensiero dicotoimco. Tali distorsioni non rispecchiano la realtà dei fatti (non superare un esame non è di certo indice dello scarso valore di una persona) ma hanno un impatto più che tangibile sullo stato d’animo dello studente.

Per comprendere la reazione emotiva di una persona a fronte di un particolare evento è necessario scoprire il significato che questa associa agli avvenimenti della propria vita, ovvero la costruzione soggettiva della realtà. I contenuti del nostro pensiero influenzano non solo il nostro comportamento, ma anche il nostro stato d’animo, le nostre reazioni fisiche e il nostro ambiente sociale.

Quando le reazioni emotive sono particolarmente intense, il più delle volte, il pensiero predispone a distorcere, sminuire o ignorare alcune informazioni; capita a tutti di pensare in questo modo, ma è utile riuscire a riconoscere e mettere in discussione tutte quelle distorsioni cognitive per alimentare invece un pensiero più equilibrato ed un umore più stabile; infatti più i nostri stati d’animo sono intensi e più è probabile che i nostri pensieri siano estremi.

Uno dei punti centrali della psicoterapia cognitiva è quello di fornire al cliente gli strumenti per riconoscere le proprie distorsioni cognitive e sviluppare punti di vista alternativi in modo da fronteggiare nel modo più costruttivo possibile le situazioni problematiche.

Dr.ssa Chiara Frassoni

 

Leggi anche: “Gestire le emozioni con la mindfullness

Oppure: “Rabbia: come gestirla

Torna agli Articoli

Attacchi di panico: come superarli con la psicoterapia

La psicoterapia a orientamento cognitivo comportamentale ha dimostrato una particolare efficacia nel trattamento del disturbo da attacchi di panico. Il presente articolo descrive la sintomatologia e delinea i principali interventi per superarla.

Il disturbo di panico fa parte dei disturbi d’ansia ed è caratterizzato da frequenti attacchi di panico, spesso improvvisi e inaspettati.

Un attacco di panico si manifesta con la comparsa di paura o disagio intensi e raggiunge il picco in pochi minuti, periodo durante il quale si verificano alcuni o più dei seguenti sintomi:

  • Palpitazioni, tachicardia, cardiopalmo
  • Sudorazione
  • Tremore fino a grandi scosse
  • Dispnea o sensazione di soffocamento
  • Sensazione di asfissia
  • Dolore o fastidio al petto
  • Nausea o disturbi addominali
  • Sensazioni di vertigini, di instabilità, di “testa leggera” o di svenimento
  • Brividi o vampate di calore
  • Parestesie (sensazione di torpore o di formicolio)
  • Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)
  • Paura di perdere il controllo o di “impazzire”
  • Paura di morire

Chi ha vissuto un attacco di panico lo descrive come un’esperienza terribile in quanto caratterizzata da forti risposte neurovegetative e sentimenti di apprensione, paura e terrore; tali sentimenti sono accompagnati dal timore che possa accadere qualcosa di molto grave, come, per esempio, perdere il controllo, impazzire, avere un infarto oppure soffocare.

Il primo attacco di panico, la maggior parte delle volte, è seguito dalla preoccupazione che possano presentarsene degli altri e così si attiva un circolo vizioso: un singolo attacco di panico tende, così, ad innescare un disturbo di panico che si caratterizza per la “paura della paura”.

Alcuni individui tendono a mettere in atto delle condotte di evitamento verso tutte quelle situazioni o attività considerate ansiogene e ciò porta ad un notevole restringimento del proprio raggio vitale. Tale condizione, protratta nel tempo, può indurre una depressione secondaria. Il soggetto si sente sempre più inadeguato, incompetente e dipendente verso gli altri.

Gli attacchi di panico, solitamente, si manifestano in periodi di vita particolarmente stressanti e determinate situazioni fungono da fattori precipitanti.

Un attacco di panico è accompagnato non solo da risposte neurovegetative, ma anche da sintomi cognitivi, come pensieri catastrofici, che aumentano l’intensità dell’ansia.

La psicoterapia a orientamento cognitivo comportamentale ha dimostrato una particolare efficacia nella cura degli attacchi di panico e del disturbo di panico.

Il trattamento prevede i seguenti punti:

  • Intervento psicoeducativo
  • Training di gestione dell’ansia
  • Ristrutturazione cognitiva
  • Esposizione enterocettiva
  • Esposizione graduata in vivo

Le sedute, in una fase iniziale del percorso, vengono fissate solitamente con una cadenza settimanale per poi essere gradualmente ridotte a seguito dal raggiungimento e consolidamento di obiettivi concordati tra utente e terapeuta. Il soggetto, infatti, svolge un ruolo attivo nella risoluzione del proprio problema e con l’aiuto del terapeuta apprende delle modalità di pensiero e di comportamento più funzionali, spezzando così i circoli viziosi che concorrono al mantenimento della sintomatologia.

Dr.ssa Chiara Frassoni

 

Leggi anche: “Insonnia: come curarla

Torna agli Articoli

Gestire le emozioni con la mindfulness

“L’abilità di essere nel momento presente è una componente fondamentale del benessere mentale”.

Abraham Maslow

Per mindfulness si intende uno stato mentale contraddistinto da un’attenzione consapevole al momento presente e da un atteggiamento non giudicante.

Il training di mindfulness, costituito da una serie di pratiche, ha dimostrato un’efficacia empirica nell’autoregolazione delle emozioni problematiche; pazienti ansiosi o depressi apprendono a regolare sintomi ed emozioni.

Il tentativo di evitare pensieri e stati d’animo sgraditi può portarci, paradossalmente, a sperimentarli in modo ancora più intenso. Se ci sforziamo di allontanare pensieri ed emozioni disturbanti otterremo l’effetto contrario: daremo loro sempre più potere ed esse riemergeranno sempre di più.

L’accettazione esperienziale è un’alternativa più funzionale per considerare i propri vissuti emotivi: la disponibilità a stare in contatto con le esperienze dolorose facilita una convivenza tra i propri vissuti più intensi e una vita ricca di significato e degna di essere di vissuta.

La mindfulness favorisce l’accettazione delle emozioni attraverso una modalità non giudicante e non colpevolizzante e attraverso la comprensione di come i diversi stati emotivi possono essere tollerati e vissuti.

L’esperienza della mindfulness favorisce un’accresciuta consapevolezza di noi stessi e di ciò che ci circonda, una chiarezza nella percezione e uno spirito di accettazione volontaria del momento presente così com’è (benessere mentale).

Diversi studi hanno dimostrato i benefici del training di mindfulness in diversi ambiti tra cui i disturbi d’ansia, il trattamento delle ricadute nel disturbo depressivo, il dolore cronico, la gestione della malattia organica e altri problemi psicologici (Baer, 2003).

Dr.ssa Chiara Frassoni

 

Leggi anche: “Pensieri e stati d’animo

Torna agli Articoli

Cosa può essere considerato “normale” nella sessualità di coppia?

Nei colloqui di consulenza, con una certa frequenza, alcuni utenti chiedono quali comportamenti possono essere considerati normali nella sessualità di coppia.

Prima di tutto è fondamentale interrogarsi sul concetto di normalità. Quali criteri stabiliscono se un comportamento è normale oppure se devia dalla norma?

Il contesto storico e socio-culturale a cui si fa riferimento ci fornisce delle risposte in questa direzione. Nelle società occidentali, per fare un esempio, il matrimonio monogamico è considerato un’istituzione fondamentale, mentre i matrimoni plurimi vengono sanzionati. La situazione è differente in più di cinquanta paesi nel mondo, presenti soprattutto in Africa e in Asia, dove la poligamia è, invece, consentita.
Anche l’età del consenso (in diritto si intende l’età in cui una persona è considerata capace di dare un consenso informato a rapporti e ad atti sessuali) varia da stato a stato.

Ogni società adotta dei codici normativi che orientano il comportamento delle persone. Dall’altro lato è anche vero che i cambiamenti culturali di una società portano a rivedere alcune leggi. Pensiamo per esempio alle disposizioni sul delitto d’onore e sul matrimonio riparatore che in Italia sono state abrogate solamente nel 1981!

L’articolo 3 della nostra costituzione sancisce la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Essendo la sessualità uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne liberamente è un diritto soggettivo assoluto ed è tutelato dalla costituzione italiana.

Una normalità di tipo statistico ci dice, invece, quali sono i comportamenti maggiormente diffusi nella popolazione ma, dall’altro lato, dice poco sul vissuto di ogni singolo individuo. In una società, infatti, i comportamenti che rientrano al centro della curva di Gauss tendono ad essere considerati “normali”.

Ricollegandoci al concetto di normalità statistica, le ricerche condotte dal biologo e sessuologo statunitense Alfred Kinsey hanno rappresentato una vera rivoluzione tra gli anni ‘40 e ‘50 del Novecento, rivelando dei dati che l’opinione pubblica non si sarebbe aspettata. Lo studioso si è posto l’obiettivo di indagare i comportamenti sessuali della popolazione attraverso più di diciottomila interviste. Dai Rapporti di Kinsey (Il comportamento sessuale dell’uomo, 1948; Il comportamento sessuale della donna, 1953) si evince come il sesso non fosse considerato nella sua mera funzione riproduttiva, ma come fonte di piacere, gratificazione e di crescita personale; gli americani intervistati parlavano di orgasmo, masturbazione, fellatio, cunnilingus e di relazioni extra coniugali. Il rigore scientifico degli studi di Kinsey permise di sradicare certi tabù. La masturbazione e il piacere sessuale non erano più considerate delle prerogative maschili e veniva messa in evidenza la presenza di differenti orientamenti sessuali.

I Rapporti di Kinsey rilevarono, inoltre, che la frequenza media dei coiti dichiarati dalle donne all’interno di una relazione coniugale era pari a 2.8 volte a settimana prima dei venti anni, 2.2 volte a settimana prima dei trenta anni e 1.0 volta a settimana prima dei cinquanta anni.
Il concetto di normalità può essere letto anche sotto una chiave moralistica. Tutte le religioni, infatti, propinano dei modelli di comportamento da seguire ai loro fedeli e, ad esempio, per la religione cattolica la sessualità deve essere vissuta all’interno di una famiglia, sancita da un matrimonio tra un uomo e una donna, con lo scopo di procreare; i metodi contraccettivi artificiali non sono accettati poiché ostacolano tale fine.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce così la sessualità: “Un aspetto centrale dell’essere umano nel corso della vita che comprende sesso, identità e ruoli di genere, orientamento sessuale, erotismo, piacere, intimità e riproduzione. La sessualità è vissuta ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, credenze, atteggiamenti, valori, comportamenti, pratiche, ruoli e relazioni. Anche se la sessualità può includere tutte queste dimensioni, non tutte sono sempre esperite o espresse. La sessualità è influenzata dall’interazione dei fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, culturali, giuridici, storici, religiosi e spirituali”.

Per salute sessuale, l’OMS intende “Uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità; non è solo assenza di malattia, disfunzioni o infermità. La salute sessuale richiede un approccio positivo e rispettoso alla sessualità e alle relazioni sessuali, così come la possibilità di avere esperienze sessuali piacevoli e sicure, libere da coercizione, discriminazione e violenza Per raggiungere e mantenere la salute sessuale, i diritti sessuali di ogni essere umano devono essere rispettati, protetti e soddisfatti”.

I seguenti diritti sessuali, che fanno parte dei diritti umani, sono riconosciuti da leggi nazionali, da documenti e dichiarazioni di consenso a livello internazionale:

  • Beneficiare dello standard più elevato possibile in materia di salute sessuale, incluso l’accesso a servizi di salute sessuale e riproduttiva.
  • Cercare, ricevere e diffondere informazioni relative alla sessualità.
  • Diritto di ricevere e dovere di dare un’educazione sessuale.
  • Rispetto per l’integrità del corpo di ogni persona.
  • Libera scelta del partner.
  • Decidere se essere sessualmente attivi.
  • Avere relazioni sessuali consensuali.
  • Contrarre matrimonio consensuale.
  • Decidere se e quando avere figli.
  • Perseguire una vita sessuale soddisfacente, sicura e piacevole.

L’esercizio responsabile dei diritti sessuali richiede che tutte le persone rispettino i diritti degli altri.
I diritti sessuali, le definizioni di sessualità e di salute sessuale proposte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità rappresentino delle ottime linee guida per rispondere al quesito iniziale, ovvero stabilire che cosa possa essere considerato normale nella sfera della sessualità, tenendo presente che il concetto di normalità è costantemente soggetto a revisioni e modifiche.
Concludendo, possiamo considerare normale e naturale tutto ciò che riguarda l’espressione della propria sessualità nel modo più libero e personale, con il consenso del partner, nell’assoluto rispetto di sé e dell’altro; tutto ciò che riguarda la manifestazione di quel sentimento squisitamente umano che si chiama amore e nulla a che vedere con le discriminazioni, le coercizioni, lo svilimento e le sopraffazioni.

Dr.ssa Chiara Frassoni

 

Leggi anche: “Come alimentare il desiderio sessuale nel tempo

La fine di una relazione sentimentale: come superare questo momento

La fine di una relazione sentimentale, per la stragrande maggioranza degli individui, rappresenta una fase particolarmente dolorosa e critica della propria esistenza a cui spesso si associano anche diversi sintomi fisici come insonnia, cambiamenti nell’appetito, disturbi gastrointestinali, tensione muscolare e riduzione di energie.

Si tratta di un vissuto che per molti aspetti può essere sovrapponibile a un lutto considerando che quest’ultimo viene definito come uno stato psicologico conseguente alla perdita di una persona significativa che ha fatto parte integrante dell’esistenza e che prevede diverse fasi nella sua elaborazione.

Secondo la psichiatra Kübler Ross le persone, a seguito di ogni grande perdita (fine di una relazione), attraversano cinque fasi:

    1. fase della negazione o del rifiuto: caratterizzata da un rifiuto dell’esame di realtà. Questa fase viene vissuta più intensamente da chi è stato lasciato. (“Non è vero, non può essere accaduto”).
    2. fase della rabbia: si provano intense emozioni come la rabbia o la paura ed è caratterizzata da un desiderio di ribellione. (“Perché è accaduto proprio a me? Non poteva succedere a qualcun altro?”).
    3. fase del patteggiamento: caratterizzata dalla verifica delle proprie capacità di ripresa e delle risorse esterne e dalla ristrutturazione dell’esame di realtà. (“Sto attraversando un momento difficile, ma so che posso uscirne; posso contare sul sostegno delle persone a me care”).
    4. fase della tristezza profonda: caratterizzata da una resa. La tristezza, che caratterizza questa fase, è un’emozione necessaria per poter comprendere davvero la perdita; essa facilita una connessione con quanto accaduto e solo da ciò si può cominciare a superare gradualmente il dolore. (“Avrei voluto che durante la relazione le cose andassero diversamente, ma sono andate in questo modo”).
    5. fase dell’accettazione: caratterizzata dall’elaborazione completa della perdita vissuta e dall’accettazione della nuova condizione di vita. (“È andata in questo modo, fa parte della mia storia”).

I vissuti emotivi descritti da Kübler Ross nelle diverse fasi tendono ad alternarsi, a sovrapporsi e a ripresentarsi ciclicamente e con diversa intensità, senza seguire un ordine lineare. (Si tratta di fasi e non di stadi).

Il processo di elaborazione è necessario affinché l’individuo possa riorganizzarsi all’interno di un nuovo sistema di equilibrio e investire in una nuova progettualità.

Il senso di vuoto, la tristezza e il dolore che si vorrebbero evitare a tutti i costi (non dimentichiamo che siamo immersi in una società il cui valore dominante del “riprenditi in fretta e vai avanti” che mal tollera il senso di vuoto e la frustrazione) non sono soltanto delle normali reazioni fisiologiche a seguito di una perdita, ma vissuti funzionali per la sua elaborazione. Così il turbinio di intense emozioni che passa dalla rabbia alla tristezza per arrivare alla paura fino alla colpa è necessario perché permette di guardare la realtà per quello che è, per poi riattivarsi verso una direzione più costruttiva rispetto a quelle precedente.

Spesso si tende a cadere nella trappola di alcune modalità che portano ad un arresto o ad una retrocessione nel processo di elaborazione: rimanere in contatto con il/la proprio ex o cercare delle scuse per farlo, controllare ciò che fa attraverso i social network, frequentare gli stessi posti o le stesse amicizie sono comportamenti da non mettere in atto.

Accettare che si sta attraversando un periodo difficile e prendersi tutto il tempo necessario per superarlo, riconoscere i differenti stati emotivi e dare loro voce senza evitarli o contrastarli a tutti i costi rappresenta il migliore punto di partenza.

Considerare che i momenti più dolorosi della propria esistenza rappresentano un’occasione per guardarsi dentro, per entrare in contatto con le parti più profonde del proprio sé.

Numerose ricerche psicologiche (Richard G. Tedeschi e Lawrence G. Calhoun, 2004) dimostrano come l’elaborazione del dolore a fronte di eventi critici porti a mettere in discussione le credenze e le convinzioni che fino a quel momento avevano rappresentato una bussola esistenziale, per esplorarne di nuove e più autentiche.

Gli eventi negativi, infatti, spingono gli individui a porsi dei quesiti che probabilmente avrebbero ignorato, mettendoli nella condizione di rivedere ciò che era dato per scontato nella vita e a rivalutare le proprie priorità e la propria scala valoriale.

Qualsiasi soggetto può scegliere di colmare il senso di vuoto che lo assale, incanalando le proprie energie verso l’individuazione di nuove strategie creative e costruttive.

La fine di una relazione non deve essere considerata come l’ultima pagina di un libro. Si tratta della chiusura di un capitolo che per certi aspetti ha arricchito la storia narrata rendendola unica. E ciascuno è libero di decidere come iniziare a scrivere il capitolo successivo, partendo da una consapevolezza del contenuto delle pagine precedenti.

Lo psicoterapeuta può aiutare la persona che si sente bloccata in una delle fasi sopra descritte a riconoscere i propri stati emotivi, i pensieri e le reazioni comportamentali e ad affrontare il disagio affiancandola nella costruzione di un nuovo equilibrio.

Dr.ssa Chiara Frassoni

 

Leggi anche: “Come gestire le emozioni attraverso la mindfullness

Come alimentare il desiderio sessuale nel tempo

Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa

J. Renard

La parola desiderio dal punto di vista etimologico, (dal latino de-sidera, mancanza “de” di stelle “sidera, da sidus, sideris”, ovvero “avvertire la mancanza delle stelle”, intese come segnali di buon auspicio) esprime al meglio una condizione di ricerca laddove viene percepita una mancanza.

A livello psicologico il desiderio umano è da intendersi come un sentimento scaturito da un’assenza e può essere considerato come una spinta che ci direziona; è strettamente correlato alla motivazione che orienta i nostri comportamenti. (Per esempio, “desidero conseguire un determinato titolo formativo e quindi mi applico nello studio” oppure “desidero acquistare un’automobile e metto del denaro da parte”).

Il desiderio esprime allo stesso tempo sia il legame con l’oggetto sia la mancanza dell’oggetto da cui deriva la spinta all’azione.

In ambito sessuologico il desiderio sessuale rappresenta il punto di partenza del ciclo della risposta sessuale (Kaplan). Il fisiologo R. J. Levin (1994) definisce il desiderio sessuale come uno stato mentale insoddisfatto, di variabile intensità, innescato da stimoli esterni (attraverso i sensi) o interni (fantasie e pensieri relativi all’attività sessuale), che induce la sensazione del bisogno di condividere un’attività sessuale (usualmente con l’oggetto di desiderio) per soddisfare il bisogno stesso.

Il desiderio sessuale dipende sia da variabili ormonali, psicologiche e relazionali.

Per la donna e per l’uomo gli ormoni rivestono un ruolo basilare. Alcuni studi hanno dimostrato che durante l’ovulazione, quando gli estrogeni e il testosterone raggiungono i valori più elevati, la donna ha la massima soddisfazione sessuale; il testosterone, infatti, agisce sul cervello aumentando il livello di desiderio e di eccitazione e in questa fase si manifesta un maggiore numero di sogni erotici e di fantasie sessuali.

A livello psicologico i principali fattori che favoriscono il desiderio sono principalmente la qualità della relazione, un ambiente culturale non giudicante, un contesto adeguato che faciliti una buona partecipazione emotiva e le abilità seduttive del partner.

In un rapporto di coppia il desiderio tende a diminuire e a spegnersi nel tempo se non viene alimentato costantemente. Alla luce delle precedenti considerazioni è ben comprensibile come la prossimità tende a inibire l’attrazione e l’erotismo che sono, invece, innescati dalla distanza e dalla mancanza.

Vediamo di seguito quali sono i principali fattori che contribuiscono ad una diminuzione del desiderio in un rapporto di coppia di lunga durata e come questi si possono prevenire e contrastare per mantenere la fiamma della passione accesa nel tempo.

Essere completamente assorbiti dalla routine e dai ritmi frenetici porta ad attribuire al partner una secondaria importanza e ciò inevitabilmente logora il livello di qualità del rapporto. Il desiderio cala drasticamente quando l’altro viene dato per scontato.

È importante domandarsi quanto del proprio tempo si è abituati e disposti a investire per coltivare la relazione di coppia e riflettere sulla qualità di questi momenti: quando trascorro del tempo con il mio partner sono realmente presente? Riesco a sintonizzarmi attraverso un ascolto autentico? Mi risulta possibile prendere le distanze dal ruolo di genitore e da quello professionale? In caso negativo cosa rende difficile questo passaggio?

Innanzitutto è fondamentale ritagliarsi degli spazi e dei tempi adeguati da dedicare alla sfera di coppia. Tutti i buoni risultati in qualsiasi ambito di vita, del resto, richiedono tempo, impegno e dedizione.

Anche manifestare delle piccole attenzioni quotidiane e inaspettate rappresenta certamente una buona prassi.

Molto frequentemente il fatto di dare per scontato il proprio partner va di pari passo con il prendersi poca cura di sé stessi; trascurare il proprio aspetto (la forma fisica, l’igiene personale, la cura di sé nelle sue diverse sfaccettature) denota una mancanza di attenzioni non solo verso sé stessi, ma anche verso l’altra persona.

Non solo un’eccessiva lontananza, ma anche un’eccessiva vicinanza, tipica dei rapporti simbiotici, causa dipendenza, “assuefazione” e porta ad un’inibizione del desiderio sessuale.

Una sana differenziazione che lasci lo spazio alla propria individualità e ai propri spazi permette di promuovere la capacità di vivere l’intimità e la passione senza però mettere in secondo piano l’accudimento.

Il desiderio si alimenta in una danza a due armoniosa in cui passi i passi dei ballerini non sono troppo vicini per evitare di calpestarsi né troppo distanti per evitare di perdere la presa.

Quando si avverte un calo del desiderio è necessario chiedersi che cosa è cambiato rispetto a prima.

Sono cambiate le circostanze ambientali? È variata la qualità del rapporto di coppia? Si desidera ancora realmente quella persona? Sono variati i propri bisogni e desideri?

È molto utile riconoscere e ripetersi spesso quali sono le qualità che hanno fatto innamorare proprio di quella persona, non dandole mai per scontate.

Ricordiamoci che una sana gelosia accompagnata dal timore di perdere l’altro, se non sconfina in possessività e ossessione, è un afrodisiaco molto efficace.

Trovare un buon compromesso tra assenza e soddisfazione è una buona strategia considerando che l’attesa aumenta il desiderio. Proviamo a pensare al nostro piatto preferito: cosa accadrebbe a seguito di un’abbuffata priva di qualsiasi limite?

Ultimo punto, non meno importante, è quello di ricordarsi che fantasia e creatività mantengono l’interesse e il desiderio vivi e attivi.

Dr.ssa Chiara Frassoni

Leggi anche: “Intimità e dialogo nella coppia

Oppure: “Quali comportamenti possono essere considerati normali nella sessualità di coppia

Oppure: “E’ possibile che un rapporto di coppia duri nel tempo?

Torna agli Articoli

Intimità e dialogo nella coppia

In questo articolo cercheremo di capire come alcune credenze e abitudini erronee possono minare una buona intesa sessuale di coppia con il/la proprio/a partner.

Una credenza erronea molto diffusa, che spesso emerge in fase di consultazione, è che il sesso sia un’attività innata, naturale e automatica, un po’ come respirare e dormire.

L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce così la sessualità: “La sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali che arricchiscono e rafforzano la comunicazione e l’amore tra le persone”.

Questa definizione ci fa ben comprendere come la sessualità non possa essere considerata un’attività esclusivamente finalizzata alla riproduzione e alla conseguente sopravvivenza della propria specie. I suoi significati sono molto più articolati e complessi.

Innanzitutto è importante chiedersi quali significati vengono soggettivamente attribuiti alla sessualità perché ce ne sono davvero molteplici. Quanto più questi significati si avvicinano a quelli del proprio partner tanto più sarà facile trovare un terreno fertile per coltivare una buona intesa.

Può essere utile, a tale proposito, porsi i seguenti quesiti: cosa rappresenta per me la sessualità?

– È un bisogno fisiologico?
– È un piacere fisico?
– È un’attività esclusivamente finalizzata alla procreazione?
– È una forma espressiva?
– È un modo per scaricare la tensione?
– E un modo per rafforzare un legame?
– È un modo per alimentare la complicità di coppia?
– È un modo per esprimere amore?

Oppure è un insieme di tutto ciò?

Spesso, senza esserne pienamente consapevoli, siamo condizionati da idee e opinioni distorte o errate e le origini di tali credenze possono essere di matrice sociale.

Queste convinzioni, se non identificate, possono continuare a condizionare negativamente il proprio livello di soddisfazione sessuale.

Un ulteriore ostacolo, molto diffuso, è l’assenza di una comunicazione libera e aperta con il/la proprio/a partner circa i temi della sessualità. Per esempio non esplicitare le proprie aspettative può portare a consolidare delle abitudini poco funzionali poi difficili da scardinare nel lungo periodo.

Può sembrare paradossale essere abituati a condividere dei momenti così intimi con una persona, ma vivere un forte imbarazzo nella verbalizzazione di ciò.

Spesso sono proprio i pregiudizi che continuano a minare un buon livello di comunicazione con il/la proprio/a partner.

Ecco degli esempi piuttosto diffusi nel pensiero comune:

Si tratta di un’attività innata, spontanea e naturale per cui non è necessario parlarne”.

Il/la mio partner potrebbe offendersi perché è sconveniente parlare di certe cose”.

Sfatare tali false credenze è fondamentale sottolineare che un buon livello di comunicazione tra i partner rappresenta l’ingrediente fondamentale per raggiungere una soddisfacente intesa di coppia.

La terapia sessuale è finalizzata ad acquisire una migliore consapevolezza di sé, rendere sempre più esplicite eventuali convinzioni erronee sulla sessualità e facilitare una migliore comunicazione all’interno della coppia.

Dr.ssa Chiara Frassoni

 

Leggi anche: “Come alimentare il desiderio sessuale nel tempo

Oppure: “L’importanza di una comunicazione efficace

Torna agli Articoli